Disuguaglianze regionali nella sanità italiana
- Gruppo Sadel
- 24 lug
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L’Italia ha un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che, per principio costitutivo, garantisce cure a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza. Tuttavia, nella pratica, esistono marcate disuguaglianze regionaliin termini di qualità e accessibilità dei servizi sanitari. La gestione della sanità è in parte demandata alle regioni, e col tempo si è assistito a un divario tra Nord e Sud del Paese. Ciò significa che, a seconda della regione in cui una persona vive, può avere aspettative di vita differenti, diverse probabilità di guarigione da malattie gravi, tempi di attesa variabili per esami e interventi, e può dover “migrare” verso altre regioni per ottenere cure (la cosiddetta mobilità sanitaria interregionale). Affrontare queste disuguaglianze è cruciale per assicurare equità: la salute non dovrebbe dipendere dal CAP di residenza. Vediamo in cosa consistono queste differenze, quali sono i dati principali e cosa si sta facendo per colmarle.

Differenze di offerta sanitaria: Uno dei problemi strutturali è la minor dotazione di strutture sanitarie e personale in alcune regioni. Ad esempio, il numero di posti letto ospedalieri per 1000 abitanti è spesso inferiore al Sud rispetto al Nord. Molti ospedali del Mezzogiorno soffrono di sotto-organico cronico: meno medici per abitante (anche perché molti giovani medici del Sud emigrano per lavorare altrove). Questa carenza porta a tempi d’attesa più lunghi e difficoltà di accesso. I tempi di attesa per visite specialistiche ed esami diagnostici in regime pubblico sono significativamente maggiori al Sud in molti casi. Un’indagine del 2023 mostrava che per una risonanza magnetica articolare un cittadino in Calabria poteva aspettare mediamente 9-12 mesi, mentre in Lombardia 3-4 mesi. Questo spinge le persone che possono permetterselo a ricorrere al privato o ad “emigrare” sanitarmente.
Cause del divario: Le cause sono molteplici. Storicamente, al Nord c’è stato maggiore sviluppo economico e quindi maggiori investimenti anche in sanità (es. grandi poli universitari e ospedalieri), mentre al Sud mala gestio, clientelismo e minori risorse hanno penalizzato il sistema. La riforma del Titolo V nel 2001 ha dato più autonomia alle regioni, accentuando talvolta le differenze: le regioni virtuose hanno innovato (es. Lombardia modello basato su competizione pubblico-privato, Emilia su forte integrazione territorio-ospedale), quelle in difficoltà hanno accumulato disavanzi ed è intervenuto il commissariamento. Molte regioni del Sud sono state a lungo in piano di rientro dal deficit, con blocco di assunzioni e tagli per risanare i conti. Ciò ha risanato i bilanci ma spesso peggiorato i servizi: pochi medici e infermieri, strutture ridotte. Il risultato è un cane che si morde la coda: i servizi peggiorano, più pazienti migrano, la regione paga i rimborsi e ha ancora meno fondi per investire localmente. La fondazione Gimbe fa notare come Lombardia-Emilia-Veneto incassino attivamente mentre Campania-Calabria-Sicilia perdono risorse, aggravando la spirale. Anche indicatori sociali come l’istruzione e la prevenzione incidono: al Sud meno persone fanno screening e cure preventive, arrivando poi a malattia più avanzata (che magari cercano di curare altrove). Insomma, un mix di fattori gestionali, economici e sociali.
Cosa si fa per ridurre il gap: Negli ultimi anni il Governo e il Ministero della Salute hanno cercato di intervenire. Sono stati creati i parametri LEA e un “Sistema di garanzia” per valutare regioni (chi sta sotto ad un punteggio viene commissariato o aiutato con piani di rientro). Il PNRR destina fondi soprattutto al Sud per potenziare strutture: l’obiettivo è creare Case di Comunità e Ospedali di Comunità uniformemente su tutto il territorio (il PNRR parla di 1350 Case della Salute e 400 Ospedali di Comunità entro 2026). Se realizzati efficacemente, potranno migliorare la presa in carico territoriale nel Mezzogiorno dove medicina di base e distretti sono più fragili. C’è poi un lavoro su digitalizzazione: col Fascicolo Sanitario elettronico, almeno la condivisione dei dati è uguale per tutti e in caso di migrazione sanitaria i medici delle regioni di destinazione possono accedere alla storia clinica pregressa (evitando esami doppi e integrando meglio i percorsi). Il governo sta anche studiando misure per incentivare i medici a lavorare al Sud: ad esempio, concorsi nazionali con assegnazione di sedi carenti, o bonus per chi va in reparti disagiati. Va migliorata la programmazione: se in Calabria mancano anestesisti e pediatri, bisogna formare più specialisti e creare condizioni attrattive (spesso servono contratti più vantaggiosi o progressioni di carriera).
Implicazioni etico-sociali: Le disuguaglianze sanitarie riflettono e amplificano disuguaglianze socio-economiche. Purtroppo chi nasce in contesti già più svantaggiati (spesso al Sud, in famiglie più povere) ha minori opportunità di salute – un paradosso in un sistema universalistico. Il rischio è la perdita di fiducia nel SSN e la crescita del ricorso al privato e del “turismo sanitario” per chi può permetterselo, lasciando indietro i più deboli. Ecco perché è fondamentale colmare questi gap: la sanità deve offrire pari opportunità di guarigione e cura. Non si può accettare che, come evidenziato da un detto amaro, “al Sud si muore di più di ciò da cui al Nord si guarisce”.
L’unitarietà del Servizio Sanitario Italiano è un valore da preservare e rafforzare, ma attualmente sconta profonde differenze regionali. Il messaggio pratico per i cittadini è di esigere i propri diritti: informarsi sui servizi disponibili, segnalare inefficienze, partecipare attraverso associazioni di pazienti alle azioni di miglioramento locale. Per chi purtroppo deve migrare, ricordare che esistono programmi di sostegno (associazioni, rimborsi per la mobilità in alcuni casi). Per i decisori, è imperativo investire in sanità al Sud, perché colmare il divario conviene a tutto il Paese (meno migrazione sanitaria significa ottimizzare risorse, e cittadini più sani significano comunità più produttive). Insomma, occorre far sì che “la salute sia un diritto uguale dappertutto”, come recita la Costituzione. Una persona dovrebbe potersi curare bene e presto a Palermo come a Milano; un bimbo nato in Calabria dovrebbe avere la stessa speranza di vita di uno nato in Trentino, senza dover percorrere 1000 km. È una sfida complessa ma non impossibile: l’Italia ha regioni di eccellenza e può trasferire quel know-how a tutto il territorio. In fin dei conti, come diceva un vecchio slogan, “prevenire è meglio che emigrare”. Riducendo le disuguaglianze regionali, il Servizio Sanitario Nazionale tornerà davvero nazionale, nell’accezione di equo e omogeneo, e potrà affrontare unito le sfide future (invecchiamento, cronicità, risorse limitate). Solo garantendo pari dignità di cura ovunque, potremo dire di aver realizzato pienamente i principi di universalità e uguaglianza sui quali la nostra sanità pubblica è stata fondata.
Il Gruppo Baffa si impegna giornalmente per cercare di minimizzare questo divario formando professionisti di qualità e offrendo le migliori cure.
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