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Osteoporosi: proteggere le ossa prima della prima frattura

Gruppo Sadel
24 ago
Tempo di lettura: 4 min

L'osteoporosi è una malattia dello scheletro caratterizzata da una riduzione della resistenza dell'osso e da un aumento del rischio di fratture.

Viene spesso definita una malattia silenziosa perché, nella maggior parte dei casi, non provoca dolore o altri sintomi fino a quando non si verifica una frattura.

Le sedi più importanti sono vertebre, femore e polso. Una frattura vertebrale può manifestarsi con improvviso dolore alla schiena, perdita di altezza o progressiva modificazione della postura, ma alcune fratture vertebrali possono passare inizialmente inosservate.

Il rischio aumenta con l'età ed è particolarmente importante nelle donne dopo la menopausa, ma l'osteoporosi può riguardare anche gli uomini e persone più giovani in presenza di specifici fattori predisponenti.

Quali sono i fattori di rischio

La salute dell'osso dipende da numerosi fattori.

Familiarità per fratture osteoporotiche, basso peso corporeo, menopausa precoce, ridotta attività fisica, fumo, eccessivo consumo di alcol e alcune malattie endocrine o infiammatorie possono aumentare il rischio.

Un'attenzione particolare è necessaria nei pazienti che assumono corticosteroidi per periodi prolungati. Questi farmaci sono fondamentali per il trattamento di numerose malattie, ma possono accelerare la perdita di massa ossea.

Per questo, nelle persone con patologie reumatologiche croniche, la prevenzione dell'osteoporosi fa parte della gestione complessiva della malattia.

La densitometria ossea

L'esame maggiormente utilizzato per valutare la densità minerale ossea è la DEXA.

Il risultato viene espresso attraverso diversi parametri, tra cui il T-score. Un T-score pari o inferiore a -2,5 è uno dei criteri densitometrici utilizzati per definire l'osteoporosi. Valori compresi tra -1 e -2,5 indicano invece una riduzione della massa ossea definita osteopenia.

Il dato densitometrico, tuttavia, non deve essere interpretato isolatamente.

Età, precedenti fratture, familiarità, terapie e altri fattori contribuiscono al rischio complessivo. Una persona con osteopenia può quindi necessitare di trattamento se il rischio di frattura è elevato.

Prevenzione e trattamento

L'attività fisica regolare è importante per mantenere forza muscolare e salute ossea.

Particolarmente utili sono le attività che comportano carico e gli esercizi mirati alla forza e all'equilibrio. Ridurre il rischio di cadute è fondamentale, soprattutto nelle persone anziane.

Anche calcio e vitamina D sono necessari per il normale metabolismo osseo, ma integrazioni non dovrebbero essere utilizzate indiscriminatamente: l'apporto va valutato considerando dieta, età e condizioni individuali.

Quando il rischio di frattura è significativo possono essere prescritti farmaci specifici. I bisfosfonati rappresentano una delle classi più utilizzate; esistono inoltre altre terapie anti-riassorbitive e farmaci capaci di stimolare la formazione ossea, scelti in funzione del profilo del paziente.

La terapia richiede controlli periodici e non dovrebbe essere interrotta o modificata autonomamente.

Il momento migliore per occuparsi dell'osteoporosi è prima che avvenga una frattura.

Valutare precocemente i fattori di rischio permette di intervenire con attività fisica, correzione delle abitudini modificabili e, quando indicato, terapia farmacologica.

Proteggere l'osso significa infatti preservare nel tempo mobilità, autonomia e qualità della vita.

12. Fibromialgia: comprendere il dolore diffuso oltre l'infiammazione

La fibromialgia è una condizione cronica caratterizzata soprattutto da dolore diffuso, affaticamento e alterazioni del sonno.

Una delle informazioni più importanti da comprendere è che non si tratta di una malattia infiammatoria né di una malattia autoimmune. La ricerca suggerisce piuttosto un'alterazione dei meccanismi attraverso i quali il sistema nervoso elabora e modula gli stimoli dolorosi.

Questo spiega perché una persona possa avvertire dolore intenso pur in assenza di danni articolari evidenti alle radiografie o di marcatori infiammatori alterati negli esami del sangue.

Il dolore è reale, ma nasce da meccanismi differenti rispetto a quelli dell'artrite reumatoide o di altre malattie infiammatorie.

I sintomi oltre al dolore

Il dolore può interessare diverse regioni del corpo e cambiare intensità nel tempo.

Molti pazienti descrivono una sensazione di rigidità, bruciore, pesantezza o maggiore sensibilità anche a stimoli normalmente poco dolorosi.

La stanchezza è spesso uno dei sintomi più invalidanti.

Il sonno può essere prolungato ma non ristoratore: la persona si sveglia già affaticata, con la sensazione di non aver recuperato energie.

Possono inoltre comparire difficoltà di concentrazione e memoria, cefalea, disturbi intestinali, maggiore sensibilità al freddo, stress e variazioni dell'umore.

La fibromialgia può coesistere con altre malattie reumatologiche. In questo caso è fondamentale distinguere quanto dei sintomi derivi dall'attività della malattia infiammatoria e quanto da un'alterazione della percezione del dolore.

Come si diagnostica

Non esiste un esame del sangue o un'indagine radiologica specifica capace di diagnosticare la fibromialgia.

La diagnosi è clinica e richiede la valutazione della distribuzione e durata del dolore, della presenza di affaticamento, disturbi del sonno e altri sintomi associati.

Gli esami possono essere richiesti per escludere condizioni che presentano caratteristiche simili.

La normalità degli accertamenti non significa quindi che il paziente “non abbia nulla”; significa piuttosto che il dolore non è provocato da una lesione strutturale o da un processo infiammatorio identificabile con quegli strumenti.

Un trattamento costruito su più elementi

Non esiste una singola terapia capace di risolvere tutti i sintomi.

L'attività fisica graduale rappresenta uno degli elementi più importanti. Camminare, nuotare, praticare esercizi aerobici a bassa intensità, stretching o altre attività adattate può contribuire a migliorare progressivamente dolore e capacità funzionale.

L'inizio deve essere graduale: aumentare troppo rapidamente il livello di attività può accentuare temporaneamente i sintomi.

Fondamentali sono anche la regolarità del sonno, la gestione dello stress e l'educazione del paziente sui meccanismi della malattia.

In alcuni casi possono essere utilizzati farmaci che agiscono sui sistemi neurologici coinvolti nella modulazione del dolore. La scelta dipende dalle caratteristiche individuali.

L'American College of Rheumatology sottolinea inoltre che gli oppioidi non rappresentano una strategia raccomandata per il trattamento di routine della fibromialgia.

L'obiettivo realistico non è soltanto ridurre il numero su una scala del dolore, ma recuperare progressivamente attività, sonno più efficace, autonomia e qualità di vita.

Comprendere il funzionamento della fibromialgia è quindi già una parte importante del percorso terapeutico.

 
 
 

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